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A n g elo Crespi  IL LIMITE DEL VERO
                  Dall'astrattismo all'astrazione, la pittura di
                  Luciano Ventrone

                  Si definisce un astrattista alle prese con la realtà, un metafisico costretto a
                           misurarsi con la caducità della natura. Luciano Ventrone aborre il termine
                           iperrealista che negli ultimi trenta anni la critica ha riservato alle sue nature
                  morte, così impressionantemente vere da essere inverosimili, di un realismo così
                  eccessivo da non potersi dare paragone nella realtà. In questo senso, si potrebbe

                  usare il prefisso iper- intendendo il desiderio di andare "oltre" quel visibile che ci

                  consentono gli occhi, per addentrarsi nei territori della pura speculazione, come
                  sembra voler fare Ventrone, nelle cui opere c'è poco del genere pittorico cosiddetto
                  iperrealista, tipico degli anni Sessanta e Settanta in America, in forte competizione
                  con la fotografia e a essa succube, mentre c'è molto della tensione metafisica che è
                  alle radici della pittura novecentesca ai suoi albori. E se non bastasse, ciò che lo con-
                  traddistingue dalla schiatta degli "iper" è il modo raffinato con cui sceglie gli oggetti
                  da rappresentare e come li mette in scena, perché la tecnica - scriveva Gilio Dorfles
                  - può essere addirittura un impedimento se non accompagnata dal gusto, un gusto
                  che invece, nel caso di Ventrone, è stato educato alla scuola dell'antico e di Caravag-
                  gio consentendogli esiti straordinari, di sublime raffinatezza.

                  Di fatto, quando guardiamo una frutta di Ventrone ci accorgiamo subito che non
                  stiamo guardando la fotografia di quella frutta, eppure fatichiamo a convincerci che
                  sia soltanto una rappresentazione pittorica e non un prodigio divino, quasi fosse
                  un'icona acheropita per cui ci si appella all'origine miracolosa. L e immagini non ten-
                  dono più e soltanto alla rappresentazione del reale, uno sforzo mimetico pur degno
                  di lode, semmai rappresentano il tentativo riuscito, grazie a un talento coltivato con
                  caparbietà, di andare appunto oltre la realtà e sperimentare "il limite del Vero", cioè
                  laprossimità per quanto possibileprossima tra noi e l'oggetto, un avvicinamento che
                  però non permette mai di colmare lo iato, la distanza, poiché delle cose possiamo
                  intuire con la mente l'idea prima, ma paradossalmente mai sperimentarne fino in
                  fondo l'essenza.

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